TRAMA: In una notte gelida, un’ambulanza porta in ospedale una donna investita da un’auto sul ciglio del bosco. È incosciente e senza documenti. Con lei c’è una bambina dalla pelle bianchissima e gli occhi di un azzurro glaciale. L’unica informazione che riesce a dare su sua madre è che si chiama Lena. A poco a poco, però, lo strano comportamento della piccola insospettisce i medici. Non conosce il suo cognome, né il nome di suo padre, né l’indirizzo di casa: vivono chiusi in una capanna perché «nessuno li deve trovare». E il terrore sale quando la bambina afferma innocentemente, come se fosse la cosa più normale del mondo, che sua madre «ha ucciso per sbaglio papà», ma non serve chiamare la polizia perché hanno lasciato il fratellino Jonathan a ripulire quelle brutte macchie rosse sul tappeto…
Appena viene avvisato, il commissario capo Gerd Brühling ha subito un’intuizione: quella donna non può essere che Lena Beck, la figlia del suo migliore amico, scomparsa 14 anni prima. Ma c’è qualcosa di vero in ciò che racconta quella strana bambina? Come ritrovare la capanna, il fratellino e il cadavere del rapitore, se davvero è stato ucciso?
All’arrivo dei genitori di Lena in ospedale, una realtà ancora più sconcertante verrà alla luce. E sarà difficile districarsi in questa rete di verità, fantasie infantili, indizi contrastanti.

RECENSIONE: Ansia costante. Claustrofobia. Angoscia. Sono solo alcune delle sensazioni che mi ha causato la lettura di questo libro. Una storia scritta magistralmente, in cui niente è come sembra, dove i buoni sono cattivi e viceversa. Violenza inaudita, menzogne che sembrano vere, personaggi vividi che suscitano mille emozioni diverse. Niente è bianco o nero, ma tutto è grigio. Grigia la vita di Lena e di “Lena”, grigia l’esistenza dei suoi genitori, grigia l’esistenza dei bambini che vivono confinati in una capanna. Il grigio è ovunque, avvolge, soffoca, mette paura. La mia prediletta è una storia dal ritmo incalzante, ricco di colpi di scena. Ha il multi POV, e questo aiuta e confonde allo stesso tempo. Ma attenzione, non “confonde” perché scritto male, ma perché i vari personaggi interpretano la visione di ciò che sta succedendo a modo loro. Molte teste che pensano in modi diversi, pensieri che sembrano innocenti fino a quando non li si analizzano bene, modi di vivere il presente che non combacia col modo in cui hanno vissuto per circa 13 anni. Le varie vite che si intrecciano sembrano un enorme puzzle pasticciato, con pezzi mancanti e altri incastrati male, con un disegno finale difficile da comprendere. Ma, man mano che si va avanti, i pezzi vengono ritrovati, gli altri inseriti nei posti giusti, e il disegno che viene fuori mette paura. Il disegno è solo il risultato di un grande dolore, di una rete di menzogne che non si è saputo affrontare, o che si è fatto finta di non vedere. È il risultato di indagini sbagliate, di persone che non sono quello che sembrano, di interferimenti con le indagini per portare la polizia dove si vuole. La fine della lettura mi ha lasciata a riflettere sull’animo umano, sul dolore che causa una “pazzia controllata”, sui rapporti familiari, su colpe che ricadono su altre persone pur di non affrontare la realtà. La mia prediletta non è un libro violento pieno di spargimenti di sangue. No, peggio. È psicologicamente violento, senti la violenza strisciare fuori da ogni pagina, e alla fine speri solo che certi mostri restino solo dentro ai libri.
